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Papa_ani1.gif (31670 byte)        GIOVANNI PAOLO II

 

LETTERE APOSTOLICHE


 

Giovanni Paolo II

Dies Domini

Lettera Apostolica

Sul giorno del Signore

 

Venerati Fratelli nell'episcopato e nel sacerdozio, Carissimi Fratelli e Sorelle!

 

1. Il giorno del Signore come fu definita la domenica fin dai tempi apostolici (1) ha avuto sempre, nella storia della Chiesa, una considerazione privilegiata per la sua stretta connessione col nucleo stesso del mistero cristiano. La domenica infatti richiama, nella scansione settimanale del tempo, il giorno della risurrezione di Cristo. È la Pasqua della settimana, in cui si celebra la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte, il compimento in lui della prima creazione, e l'inizio della " nuova creazione " (cfr 2 Cor 5, 17). È il giorno dell'evocazione adorante e grata del primo giorno del mondo, ed insieme la prefigurazione, nella speranza operosa, dell'" ultimo giorno ", quando Cristo verrà nella gloria (cfr At 1, 11; 1 Ts 4, 13-17) e saranno fatte " nuove tutte le cose " (cfr Ap 21, 5).

Alla domenica, pertanto, ben s'addice l'esclamazione del Salmista: " Questo è il giorno che ha fatto il Signore: rallegriamoci ed esultiamo in esso " (Sal 118 [117], 24). Questo invito alla gioia, che la liturgia di Pasqua fa proprio, porta il segno dello stupore da cui furono investite le donne che avevano assistito alla crocifissione di Cristo quando, recatesi al sepolcro " di buon mattino, il primo giorno dopo il sabato " (Mc 16, 2), lo trovarono vuoto. È invito a rivivere, in qualche modo, l'esperienza dei due discepoli di Emmaus, che sentirono " ardere il cuore nel petto " mentre il Risorto si affiancava a loro lungo il cammino, spiegando le Scritture e rivelandosi nello " spezzare il pane " (cfr Lc 24, 32.35). È l'eco della gioia, prima esitante e poi travolgente, che gli Apostoli provarono la sera di quello stesso giorno, quando furono visitati da Gesù risorto e ricevettero il dono della sua pace e del suo Spirito (cfr Gv 20, 19-23).

2. La risurrezione di Gesù è il dato originario su cui poggia la fede cristiana (cfr 1 Cor 15, 14): stupenda realtà, colta pienamente nella luce della fede, ma storicamente attestata da coloro che ebbero il privilegio di vedere il Signore risorto; evento mirabile che non solo si distingue in modo assolutamente singolare nella storia degli uomini, ma si colloca al centro del mistero del tempo. A Cristo, infatti, come ricorda, nella suggestiva liturgia della notte di Pasqua, il rito di preparazione del cero pasquale, " appartengono il tempo e i secoli ". Per questo, commemorando non solo una volta all'anno, ma ogni domenica, il giorno della risurrezione di Cristo, la Chiesa intende additare ad ogni generazione ciò che costituisce l'asse portante della storia, al quale si riconducono il mistero delle origini e quello del destino finale del mondo.

C'è ragione dunque per dire, come suggerisce l'omelia di un autore del IV secolo, che il " giorno del Signore " è il " signore dei giorni ".(2) Quanti hanno ricevuto la grazia di credere nel Signore risorto non possono non cogliere il significato di questo giorno settimanale con l'emozione vibrante che faceva dire a san Girolamo: " La domenica è il giorno della risurrezione, è il giorno dei cristiani, è il nostro giorno ".(3) Essa è in effetti per i cristiani la " festa primordiale ",(4) posta non solo a scandire il succedersi del tempo, ma a rivelarne il senso profondo.

3. La sua importanza fondamentale, sempre riconosciuta in duemila anni di storia, è stata ribadita con forza dal Concilio Vaticano II: " Secondo la tradizione apostolica, che ha origine dal giorno stesso della risurrezione di Cristo, la Chiesa celebra il mistero pasquale ogni otto giorni, in quello che si chiama giustamente giorno del Signore o domenica ".(5) Paolo VI ha sottolineato nuovamente tale importanza nell'approvare il nuovo Calendario romano generale e le Norme universali che regolano l'ordinamento dell'Anno liturgico.(6) L'imminenza del terzo millennio, sollecitando i credenti a riflettere, alla luce di Cristo, sul cammino della storia, li invita a riscoprire con nuovo vigore il senso della domenica: il suo " mistero ", il valore della sua celebrazione, il suo significato per l'esistenza cristiana ed umana.

Prendo atto volentieri dei molteplici interventi magisteriali e delle iniziative pastorali che, in questi anni del post-Concilio, voi, venerati Fratelli nell'episcopato, sia come singoli sia congiuntamente ben coadiuvati dal vostro clero , avete sviluppato su questo importante tema. Alle soglie del Grande Giubileo dell'anno 2000, ho voluto offrirvi questa Lettera apostolica per sostenere il vostro impegno pastorale in un settore tanto vitale. Ma insieme desidero rivolgermi a voi tutti, carissimi fedeli, quasi rendendomi presente spiritualmente nelle singole comunità dove ogni domenica vi raccogliete coi vostri Pastori per celebrare l'Eucaristia e il " giorno del Signore ". Molte delle riflessioni e dei sentimenti che animano questa Lettera apostolica sono maturati durante il mio servizio episcopale a Cracovia e poi, dopo l'assunzione del ministero di Vescovo di Roma e Successore di Pietro, nelle visite alle parrocchie romane, effettuate regolarmente proprio nelle domeniche dei diversi periodi dell'anno liturgico. In questa Lettera mi sembra così di continuare il dialogo vivo che amo intrattenere con i fedeli, riflettendo con voi sul senso della domenica, e sottolineando le ragioni per viverla come vero " giorno del Signore " anche nelle nuove circostanze del nostro tempo.

4. A nessuno sfugge infatti che, fino ad un passato relativamente recente, la " santificazione " della domenica era facilitata, nei Paesi di tradizione cristiana, da una larga partecipazione popolare e quasi dall'organizzazione stessa della società civile, che prevedeva il riposo domenicale come punto fermo nella normativa concernente le varie attività lavorative. Ma oggi, negli stessi Paesi in cui le leggi sanciscono il carattere festivo di questo giorno, l'evoluzione delle condizioni socio-economiche ha finito spesso per modificare profondamente i comportamenti collettivi e conseguentemente la fisionomia della domenica. Si è affermata largamente la pratica del " week-end ", inteso come tempo settimanale di sollievo, da trascorrere magari lontano dalla dimora abituale, e spesso caratterizzato dalla partecipazione ad attività culturali, politiche, sportive, il cui svolgimento coincide in genere proprio coi giorni festivi. Si tratta di un fenomeno sociale e culturale che non manca certo di elementi positivi nella misura in cui può contribuire, nel rispetto di valori autentici, allo sviluppo umano e al progresso della vita sociale nel suo insieme. Esso risponde non solo alla necessità del riposo, ma anche all'esigenza di " far festa " che è insita nell'essere umano. Purtroppo, quando la domenica perde il significato originario e si riduce a puro " fine settimana ", può capitare che l'uomo rimanga chiuso in un orizzonte tanto ristretto che non gli consente più di vedere il " cielo ". Allora, per quanto vestito a festa, diventa intimamente incapace di " far festa ".(7)

Ai discepoli di Cristo è comunque chiesto di non confondere la celebrazione della domenica, che dev'essere una vera santificazione del giorno del Signore, col " fine settimana ", inteso fondamentalmente come tempo di semplice riposo o di evasione. È urgente a tal proposito un'autentica maturità spirituale, che aiuti i cristiani ad " essere se stessi ", in piena coerenza con il dono della fede, sempre pronti a rendere conto della speranza che è in loro (cfr 1 Pt 3, 15). Ciò non può non comportare anche una comprensione più profonda della domenica, per poterla vivere, pure in situazioni difficili, con piena docilità allo Spirito Santo.

5. La situazione, da questo punto di vista, si presenta piuttosto variegata. C'è, da una parte, l'esempio di alcune giovani Chiese, le quali mostrano con quanto fervore si possa animare la celebrazione domenicale, sia nelle città che nei villaggi più dispersi. Al contrario, in altre regioni, a causa delle menzionate difficoltà sociologiche, e forse della mancanza di forti motivazioni di fede, si registra una percentuale singolarmente bassa di partecipanti alla liturgia domenicale. Nella coscienza di molti fedeli sembra attenuarsi non soltanto il senso della centralità dell'Eucaristia, ma persino quello del dovere di rendere grazie al Signore, pregandolo insieme con gli altri in seno alla comunità ecclesiale.

A tutto ciò si aggiunge che, non solo nei Paesi di missione, ma anche in quelli di antica evangelizzazione, per l'insufficienza dei sacerdoti non si può talvolta assicurare la celebrazione eucaristica domenicale nelle singole comunità.

6. Di fronte a questo scenario di nuove situazioni e conseguenti interrogativi, sembra più che mai necessario ricuperare le motivazioni dottrinali profonde che stanno alla base del precetto ecclesiale, perché a tutti i fedeli risulti ben chiaro il valore irrinunciabile della domenica nella vita cristiana. Così facendo, ci muoviamo sulle tracce della perenne tradizione della Chiesa, vigorosamente richiamata dal Concilio Vaticano II quando ha insegnato che, nel giorno della domenica, " i fedeli devono riunirsi in assemblea perché, ascoltando la parola di Dio e partecipando all'Eucaristia, facciano memoria della passione, della risurrezione e della gloria del Signore Gesù e rendano grazie a Dio che li ha rigenerati per una speranza viva per mezzo della risurrezione di Gesù Cristo dai morti (cfr 1 Pt 1, 3) ".(8)

7. In effetti, il dovere di santificare la domenica, soprattutto con la partecipazione all'Eucaristia e con un riposo ricco di gioia cristiana e di fraternità, ben si comprende se si considerano le molteplici dimensioni di questa giornata, a cui porteremo attenzione nella presente Lettera.

Essa è un giorno che sta nel cuore stesso della vita cristiana. Se, fin dall'inizio del mio Pontificato, non mi sono stancato di ripetere: " Non abbiate paura! Aprite, anzi, spalancate le porte a Cristo! ",(9) in questa stessa linea vorrei oggi invitare tutti con forza a riscoprire la domenica: Non abbiate paura di dare il vostro tempo a Cristo! Sì, apriamo a Cristo il nostro tempo, perché egli lo possa illuminare e indirizzare. Egli è Colui che conosce il segreto del tempo e il segreto dell'eterno, e ci consegna il " suo giorno " come un dono sempre nuovo del suo amore. La riscoperta di questo giorno è grazia da implorare, non solo per vivere in pienezza le esigenze proprie della fede, ma anche per dare concreta risposta ad aneliti intimi e veri che sono in ogni essere umano. Il tempo donato a Cristo non è mai tempo perduto, ma piuttosto tempo guadagnato per l'umanizzazione profonda dei nostri rapporti e della nostra vita.

 

 

CAPITOLO PRIMO

DIES DOMINI

La celebrazione dell'opera del Creatore

" Tutto è stato fatto per mezzo di lui " (Gv 1, 3)

8. Nell'esperienza cristiana, la domenica è prima di tutto una festa pasquale, totalmente illuminata dalla gloria del Cristo risorto. È la celebrazione della " nuova creazione ". Ma proprio questo suo carattere, se compreso in profondità, appare inscindibile dal messaggio che la Scrittura, fin dalle prime sue pagine, ci offre sul disegno di Dio nella creazione del mondo. Se è vero, infatti, che il Verbo si è fatto carne nella " pienezza del tempo " (Gal 4, 4), non è meno vero che, in forza del suo stesso mistero di Figlio eterno del Padre, egli è origine e fine dell'universo. Lo afferma Giovanni, nel prologo del suo Vangelo: " Tutto è stato fatto per mezzo di lui e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste " (1, 3). Lo sottolinea ugualmente Paolo scrivendo ai Colossesi: " Per mezzo di lui sono state create tutte le cose, quelle nei cieli e quelle sulla terra, quelle visibili e quelle invisibili [...]. Tutte le cose sono state create per mezzo di lui e in vista di lui " (1, 16). Questa presenza attiva del Figlio nell'opera creatrice di Dio si è rivelata pienamente nel mistero pasquale, in cui Cristo, risorgendo come " primizia di coloro che sono morti " (1 Cor 15, 20), ha inaugurato la nuova creazione ed ha avviato il processo che egli stesso porterà a compimento al momento del suo ritorno glorioso, " quando consegnerà il regno a Dio Padre [...], perché Dio sia tutto in tutti " (1 Cor 15, 24.28).

Già nel mattino della creazione, quindi, il progetto di Dio implicava questo " compito cosmico " di Cristo. Questa prospettiva cristocentrica, proiettata su tutto l'arco del tempo, era presente nello sguardo compiaciuto di Dio quando, cessando da ogni suo lavoro, " benedisse il settimo giorno e lo santificò " (Gn 2, 3). Nasceva allora secondo l'autore sacerdotale del primo racconto biblico della creazione il " sabato ", che tanto caratterizza la prima Alleanza, ed in qualche modo preannuncia il giorno sacro della nuova e definitiva Alleanza. Lo stesso tema del " riposo di Dio " (cfr Gn 2, 2) e del riposo da lui offerto al popolo dell'Esodo con l'ingresso nella terra promessa (cfr Es 33, 14; Dt 3, 20; 12, 9; Gs 21, 44; Sal 95 [94], 11) è riletto nel Nuovo Testamento in una luce nuova, quella del definitivo " riposo sabbatico " (Eb 4, 9) in cui Cristo stesso è entrato con la sua risurrezione e in cui è chiamato ad entrare il popolo di Dio, perseverando sulle orme della sua obbedienza filiale (cfr Eb 4, 3-16). È necessario pertanto rileggere la grande pagina della creazione e approfondire la teologia del " sabato ", per introdursi alla piena comprensione della domenica.

" In principio Dio creò il cielo e la terra " (Gn 1, 1)

9. Lo stile poetico del racconto genesiaco della creazione rende bene lo stupore che l'uomo avverte di fronte all'immensità del creato e il sentimento di adorazione che ne deriva verso Colui che ha tratto dal nulla tutte le cose. È una pagina di intenso significato religioso, un inno al Creatore dell'universo, additato come l'unico Signore di fronte alle ricorrenti tentazioni di divinizzare il mondo stesso. È insieme un inno alla bontà del creato, tutto plasmato dalla mano potente e misericordiosa di Dio.

" Dio vide che era cosa buona " (Gn 1, 10.12, ecc.). Questo ritornello che scandisce il racconto proietta una luce positiva su ogni elemento dell'universo, lasciando al tempo stesso intravedere il segreto per la sua appropriata comprensione e per la sua possibile rigenerazione: il mondo è buono nella misura in cui rimane ancorato alla sua origine e, dopo che il peccato lo ha deturpato, ridiventa buono, se torna, con l'aiuto della grazia, a Colui che lo ha fatto. Questa dialettica, ovviamente, non riguarda direttamente le cose inanimate e gli animali, ma gli esseri umani, ai quali è stato concesso il dono incomparabile, ma anche il rischio, della libertà. La Bibbia, subito dopo i racconti della creazione, mette appunto in evidenza il drammatico contrasto tra la grandezza dell'uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio, e la sua caduta, che apre nel mondo l'oscuro scenario del peccato e della morte (cfr Gn 3).

10. Uscito com'è dalle mani di Dio, il cosmo porta l'impronta della sua bontà. È un mondo bello, degno di essere ammirato e goduto, ma destinato anche ad essere coltivato e sviluppato. Il " completamento " dell'opera di Dio apre il mondo al lavoro dell'uomo. " Allora Dio nel settimo giorno portò a termine il lavoro che aveva fatto " (Gn 2, 2). Attraverso questa evocazione antropomorfica del " lavoro " divino, la Bibbia non soltanto ci apre uno spiraglio sul misterioso rapporto tra il Creatore e il mondo creato, ma proietta luce anche sul compito che l'uomo ha verso il cosmo. Il " lavoro " di Dio è in qualche modo esemplare per l'uomo. Questi infatti non è solo chiamato ad abitare, ma anche a " costruire " il mondo, facendosi così " collaboratore " di Dio. I primi capitoli della Genesi, come scrivevo nell'Enciclica Laborem exercens, costituiscono in certo senso il primo " vangelo del lavoro ".(10) È una verità sottolineata anche dal Concilio Vaticano II: " L'uomo, creato a immagine di Dio, ha ricevuto il comando di sottomettere a sé la terra con tutto quanto essa contiene, e di governare il mondo nella giustizia e nella santità, e così pure di riportare a Dio se stesso e l'universo intero, riconoscendo in lui il Creatore di tutte le cose, in modo che, nella subordinazione di tutte le realtà all'uomo sia glorificato il nome di Dio su tutta la terra ".(11)

La vicenda esaltante dello sviluppo della scienza, della tecnica, della cultura nelle loro varie espressioni sviluppo sempre più rapido, ed oggi addirittura vertiginoso è il frutto, nella storia del mondo, della missione con la quale Dio ha affidato all'uomo e alla donna il compito e la responsabilità di riempire la terra e di soggiogarla attraverso il lavoro, nell'osservanza della sua Legge.

Lo " shabbat ": il gioioso riposo del Creatore

11. Se è esemplare per l'uomo, nella prima pagina della Genesi, il " lavoro " di Dio, altrettanto lo è il suo " riposo ": " Cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro" (Gn 2, 2). Anche qui siamo di fronte ad un antropomorfismo ricco di un fecondo messaggio.

Il " riposo " di Dio non può essere banalmente interpretato come una sorta di " inattività " di Dio. L'atto creatore che è a fondamento del mondo è infatti di sua natura permanente e Dio non cessa mai di operare, come Gesù stesso si preoccupa di ricordare proprio in riferimento al precetto del sabato: " Il Padre mio opera sempre e anch'io opero " (Gv 5, 17). Il riposo divino del settimo giorno non allude a un Dio inoperoso, ma sottolinea la pienezza della realizzazione compiuta e quasi esprime la sosta di Dio di fronte all'opera " molto buona " (Gn 1, 31) uscita dalle sue mani, per volgere ad essa uno sguardo colmo di gioioso compiacimento: uno sguardo " contemplativo ", che non mira più a nuove realizzazioni, ma piuttosto a godere la bellezza di quanto è stato compiuto; uno sguardo portato su tutte le cose, ma in modo particolare sull'uomo, vertice della creazione. È uno sguardo in cui si può in qualche modo già intuire la dinamica " sponsale " del rapporto che Dio vuole stabilire con la creatura fatta a sua immagine, chiamandola ad impegnarsi in un patto di amore. È ciò che egli realizzerà progressivamente, nella prospettiva della salvezza offerta all'intera umanità, mediante l'alleanza salvifica stabilita con Israele e culminata poi in Cristo: sarà proprio il Verbo incarnato, attraverso il dono escatologico dello Spirito Santo e la costituzione della Chiesa come suo corpo e sua sposa, ad estendere l'offerta di misericordia e la proposta dell'amore del Padre all'intera umanità.

12. Nel disegno del Creatore c'è una distinzione, ma anche un intimo nesso tra l'ordine della creazione e l'ordine della salvezza. Già l'Antico Testamento lo sottolinea, quando pone il comandamento concernente lo " shabbat " in rapporto non soltanto col misterioso " riposo " di Dio dopo i giorni dell'attività creatrice (cfr Es 20, 8-11), ma anche con la salvezza da lui offerta ad Israele nella liberazione dalla schiavitù dell'Egitto (cfr Dt 5, 12-15). Il Dio che riposa il settimo giorno rallegrandosi per la sua creazione, è lo stesso che mostra la sua gloria liberando i suoi figli dall'oppressione del faraone. Nell'uno e nell'altro caso si potrebbe dire, secondo un'immagine cara ai profeti, che egli si manifesta come lo sposo di fronte alla sposa (cfr Os 2, 16-24; Ger 2, 2; Is 54, 4-8).

Per andare infatti al cuore dello " shabbat ", del " riposo " di Dio, come alcuni elementi della stessa tradizione ebraica suggeriscono,(12) occorre cogliere l'intensità sponsale che caratterizza, dall'Antico al Nuovo Testamento, il rapporto di Dio con il suo popolo. Così la esprime, ad esempio, questa meravigliosa pagina di Osea: " In quel tempo farò per loro un'alleanza con le bestie della terra e gli uccelli del cielo e con i rettili del suolo; arco e spada e guerra eliminerò dal paese; e li farò riposare tranquilli. Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nella benevolenza e nell'amore, ti fidanzerò con me nella fedeltà e tu conoscerai il Signore " (2, 20-22).

" Dio benedisse il settimo giorno e lo santificò " (Gn 2, 3)

13. Il precetto del sabato, che nella prima Alleanza prepara la domenica della nuova ed eterna Alleanza, si radica dunque nella profondità del disegno di Dio. Proprio per questo esso non è collocato accanto ad ordinamenti semplicemente cultuali, come è il caso di tanti altri precetti, ma all'interno del Decalogo, le " dieci parole " che delineano i pilastri della vita morale, inscritta universalmente nel cuore dell'uomo. Cogliendo questo comandamento nell'orizzonte delle strutture fondamentali dell'etica, Israele e poi la Chiesa mostrano di non considerarlo una semplice disposizione di disciplina religiosa comunitaria, ma un'espressione qualificante e irrinunciabile del rapporto con Dio annunciato e proposto dalla rivelazione biblica. È in questa prospettiva che tale precetto va anche oggi riscoperto da parte dei cristiani. Se esso ha pure una naturale convergenza con il bisogno umano del riposo, è tuttavia alla fede che bisogna far capo per coglierne il senso profondo, e non rischiare di banalizzarlo e tradirlo.

14. Il giorno del riposo è dunque tale innanzitutto perché è il giorno " benedetto " da Dio e da lui " santificato ", ossia separato dagli altri giorni per essere, tra tutti, il " giorno del Signore ".

Per comprendere appieno il senso di questa " santificazione " del sabato nel primo racconto biblico della creazione, occorre guardare all'insieme del testo, dal quale emerge con chiarezza come ogni realtà, senza eccezioni, vada ricondotta a Dio. Il tempo e lo spazio gli appartengono. Egli non è il Dio di un solo giorno, ma il Dio di tutti i giorni dell'uomo.

Se dunque egli " santifica " il settimo giorno con una speciale benedizione e ne fa il " suo giorno " per eccellenza, ciò va inteso proprio nella dinamica profonda del dialogo di alleanza, anzi del dialogo " sponsale ". È un dialogo di amore che non conosce interruzioni, e che tuttavia non è monocorde: si svolge infatti adoperando i diversi registri dell'amore, dalle manifestazioni ordinarie e indirette a quelle più intense che le parole della Scrittura e poi le testimonianze di tanti mistici non temono di descrivere con immagini tratte dall'esperienza dell'amore nuziale.

15. In realtà, tutta la vita dell'uomo e tutto il tempo dell'uomo, devono essere vissuti come lode e ringraziamento nei confronti del Creatore. Ma il rapporto dell'uomo con Dio ha bisogno anche di momenti di esplicita preghiera, in cui il rapporto si fa dialogo intenso, coinvolgente ogni dimensione della persona. Il " giorno del Signore " è, per eccellenza, il giorno di questo rapporto, in cui l'uomo eleva a Dio il suo canto, facendosi voce dell'intera creazione.

Proprio per questo è anche il giorno del riposo: l'interruzione del ritmo spesso opprimente delle occupazioni esprime, con il linguaggio plastico della " novità " e del " distacco ", il riconoscimento della dipendenza propria e del cosmo da Dio. Tutto è di Dio! Il giorno del Signore torna continuamente ad affermare questo principio. Il " sabato " è stato perciò suggestivamente interpretato come un elemento qualificante in quella sorta di " architettura sacra " del tempo che caratterizza la rivelazione biblica.(13) Esso sta a ricordare che a Dio appartengono il cosmo e la storia, e l'uomo non può dedicarsi alla sua opera di collaboratore del Creatore nel mondo, senza prendere costantemente coscienza di questa verità.

" Ricordare " per " santificare "

16. Il comandamento del Decalogo con cui Dio impone l'osservanza del sabato ha, nel Libro dell'Esodo, una formulazione caratteristica: " Ricordati del giorno di sabato per santificarlo " (20, 8). E più oltre il testo ispirato ne dà la motivazione richiamando l'opera di Dio: " perché in sei giorni il Signore ha fatto il cielo e la terra e il mare e quanto è in essi, ma si è riposato il giorno settimo. Perché il Signore ha benedetto il giorno di sabato e lo ha dichiarato sacro " (v. 11). Prima di imporre qualcosa da fare, il comandamento segnala qualcosa da ricordare. Invita a risvegliare la memoria di quella grande e fondamentale opera di Dio che è la creazione. E memoria che deve animare tutta la vita religiosa dell'uomo, per confluire poi nel giorno in cui l'uomo è chiamato a riposare. Il riposo assume così una tipica valenza sacra: il fedele è invitato a riposare non solo come Dio ha riposato, ma a riposare nel Signore, riportando a lui tutta la creazione, nella lode, nel rendimento di grazie, nell'intimità filiale e nell'amicizia sponsale.

17. Il tema del " ricordo " delle meraviglie compiute da Dio, in rapporto al riposo sabbatico, emerge anche nel testo del Deuteronomio (5, 12-15), dove il fondamento del precetto è colto non tanto nell'opera della creazione, quanto in quella della liberazione operata da Dio nell'Esodo: " Ricordati che sei stato schiavo nel paese d'Egitto e che il Signore tuo Dio ti ha fatto uscire di là con mano potente e braccio teso; perciò il Signore tuo Dio ti ordina di osservare il giorno di sabato " (Dt 5, 15).

Questa formulazione appare complementare alla precedente: considerate insieme, esse svelano il senso del " giorno del Signore " all'interno di una prospettiva unitaria di teologia della creazione e della salvezza. Il contenuto del precetto non è dunque primariamente una qualunque interruzione del lavoro, ma la celebrazione delle meraviglie operate da Dio.

Nella misura in cui questo " ricordo ", colmo di gratitudine e di lode verso Dio, è vivo, il riposo dell'uomo, nel giorno del Signore, assume il suo pieno significato. Con esso, l'uomo entra nella dimensione del " riposo " di Dio e ne partecipa profondamente, diventando così capace di provare un fremito di quella gioia che il Creatore stesso provò dopo la creazione, vedendo che tutto quello che aveva fatto " era cosa molto buona " (Gn 1, 31).

Dal sabato alla domenica

18. Per questa essenziale dipendenza del terzo comandamento dalla memoria delle opere salvifiche di Dio, i cristiani, percependo l'originalità del tempo nuovo e definitivo inaugurato da Cristo, hanno assunto come festivo il primo giorno dopo il sabato, perché in esso è avvenuta la risurrezione del Signore. Il mistero pasquale di Cristo costituisce, infatti, la rivelazione piena del mistero delle origini, il vertice della storia della salvezza e l'anticipazione del compimento escatologico del mondo. Ciò che Dio ha operato nella creazione e ciò che ha attuato per il suo popolo nell'Esodo ha trovato nella morte e risurrezione di Cristo il suo compimento, anche se questo avrà la sua espressione definitiva solo nella parusia, con la venuta gloriosa di Cristo. In lui si realizza pienamente il senso " spirituale " del sabato, come sottolinea san Gregorio Magno: " Noi consideriamo vero sabato la persona del nostro Redentore, il Signore nostro Gesù Cristo ".(14) Per questo la gioia con cui Dio, nel primo sabato dell'umanità, contempla la creazione tratta dal nulla è ormai espressa da quella gioia con cui Cristo, nella domenica di Pasqua è apparso ai suoi, portando il dono della pace e dello Spirito (cfr Gv 20, 19-23). Nel mistero pasquale, infatti, la condizione umana, e con essa l'intera creazione, " che geme e soffre fino ad oggi nelle doglie del parto " (Rm 8, 22), ha conosciuto il suo nuovo " esodo " verso la libertà dei figli di Dio che possono gridare, con Cristo, " Abbà, Padre " (Rm 8, 15; Gal 4, 6). Alla luce di questo mistero, il senso del precetto antico-testamentario sul giorno del Signore viene ricuperato, integrato e pienamente svelato nella gloria che rifulge sul volto di Cristo Risorto (cfr 2 Cor 4, 6). Dal " sabato " si passa al " primo giorno dopo il sabato ", dal settimo giorno al primo giorno: il dies Domini diventa il dies Christi !

 

 

CAPITOLO SECONDO

DIES CHRISTI

Il giorno del Signore risorto e del dono dello Spirito

La Pasqua settimanale

19. " Noi celebriamo la domenica a causa della venerabile risurrezione del nostro Signore Gesù Cristo, non soltanto a Pasqua, ma anche a ogni ciclo settimanale ": così scriveva, agli inizi del V° secolo, Papa Innocenzo I,(15) testimoniando una prassi ormai consolidata, che era andata sviluppandosi a partire già dai primi anni successivi alla risurrezione del Signore. San Basilio parla della " santa domenica, onorata dalla risurrezione del Signore, primizia di tutti gli altri giorni ".(16) Sant'Agostino chiama la domenica " sacramento della Pasqua ".(17)

Questo intimo legame della domenica con la risurrezione del Signore è sottolineato fortemente da tutte le Chiese, in Occidente come in Oriente. Nella tradizione delle Chiese orientali, in particolare, ogni domenica è la anastàsimos hemèra, il giorno della risurrezione,(18) e proprio per questo suo carattere è il centro di tutto il culto.

Alla luce di questa ininterrotta ed universale tradizione, si vede chiaramente che, per quanto il giorno del Signore affondi le radici, come s'è detto, nell'opera stessa della creazione, e più direttamente nel mistero del biblico " riposo " di Dio, è tuttavia alla risurrezione di Cristo che bisogna far specifico riferimento per coglierne appieno il significato. È quanto avviene nella domenica cristiana, la quale ripropone ogni settimana alla considerazione e alla vita dei fedeli l'evento pasquale, da cui sgorga la salvezza del mondo.

20. Secondo la concorde testimonianza evangelica, la risurrezione di Gesù Cristo dai morti avvenne nel " primo giorno dopo il sabato " (Mc 16, 2.9; Lc 24, 1; Gv 20, 1). In quello stesso giorno, il Risorto si manifestò ai due discepoli di Emmaus (cfr Lc 24, 13-35) ed apparve agli undici Apostoli riuniti insieme (cfr Lc 24, 36; Gv 20, 19). Otto giorni dopo come testimonia il Vangelo di Giovanni (cfr 20, 26) i discepoli si trovavano nuovamente riuniti, quando Gesù apparve loro e si fece riconoscere da Tommaso, mostrando i segni della sua passione. Era domenica il giorno della Pentecoste, primo giorno dell'ottava settimana dopo la pasqua giudaica (cfr At 2, 1), quando con l'effusione dello Spirito Santo si realizzò la promessa fatta da Gesù agli Apostoli dopo la risurrezione (cfr Lc 24, 49; At 1, 4-5). Fu quello il giorno del primo annuncio e dei primi battesimi: Pietro proclamò alla folla riunita che il Cristo era risuscitato e " quelli che accolsero la sua parola furono battezzati " (At 2, 41). Fu l'epifania della Chiesa, manifestata come popolo nel quale confluiscono in unità, al di là di tutte le diversità, i figli di Dio dispersi.

Il primo giorno della settimana

21. È su questa base che, fin dai tempi apostolici, " il primo giorno dopo il sabato ", primo della settimana, cominciò a caratterizzare il ritmo stesso della vita dei discepoli di Cristo (cfr 1 Cor 16, 2). " Primo giorno dopo il sabato " era anche quello in cui i fedeli di Troade si trovavano riuniti " per la frazione del pane ", quando Paolo rivolse loro il discorso di addio e compì un miracolo per rianimare il giovane Eutico (cfr At 20, 7-12). Il Libro dell'Apocalisse testimonia l'uso di dare a questo primo giorno della settimana il nome di " giorno del Signore " (1, 10). Ormai ciò sarà una delle caratteristiche che distingueranno i cristiani dal mondo circostante. Lo notava, fin dall'inizio del secondo secolo, il governatore della Bitinia, Plinio il Giovane, constatando l'abitudine dei cristiani " di riunirsi a giorno fisso prima della levata del sole e di cantare tra di loro un inno a Cristo come a un dio ".(19) E, in effetti, quando i cristiani dicevano " giorno del Signore ", lo facevano dando a questo termine la pienezza di senso derivante dal messaggio pasquale: " Gesù Cristo è Signore " (Fil 2, 11; cfr At 2, 36; 1 Cor 12, 3). Si riconosceva con ciò a Cristo lo stesso titolo col quale i Settanta traducevano, nella rivelazione dell'Antico Testamento, il nome proprio di Dio, JHWH, che non era lecito pronunciare.

22. In questi primi tempi della Chiesa, il ritmo settimanale dei giorni non era generalmente conosciuto nelle regioni in cui il Vangelo si diffondeva e i giorni festivi dei calendari greco e romano non coincidevano con la domenica cristiana. Ciò comportava per i cristiani una notevole difficoltà a osservare il giorno del Signore col suo carattere fisso settimanale. Si spiega così perché i fedeli fossero costretti a riunirsi prima del sorgere del sole.(20) La fedeltà al ritmo settimanale tuttavia si imponeva, in quanto fondata sul Nuovo Testamento e legata alla rivelazione dell'Antico Testamento. Lo sottolineano volentieri gli Apologisti ed i Padri della Chiesa nei loro scritti e nella loro predicazione. Il mistero pasquale veniva illustrato attraverso quei testi della Scrittura che, secondo la testimonianza di san Luca (cfr 24, 27.44-47), il Cristo risorto stesso doveva aver spiegato ai discepoli. Alla luce di tali testi, la celebrazione del giorno della risurrezione acquistava un valore dottrinale e simbolico capace di esprimere tutta la novità del mistero cristiano.

Progressiva distinzione dal sabato

23. È proprio su questa novità che insiste la catechesi dei primi secoli, impegnata a caratterizzare la domenica rispetto al sabato ebraico. Di sabato cadeva per gli ebrei il dovere della riunione nella sinagoga e andava praticato il riposo prescritto dalla Legge. Gli Apostoli, e in particolare san Paolo, continuarono dapprima a frequentare la sinagoga per potervi annunciare Gesù Cristo commentando " le parole dei profeti che si leggono ogni sabato " (At 13, 27). In alcune comunità si poteva registrare la coesistenza dell'osservanza del sabato con la celebrazione domenicale. Ben presto, però, si iniziò a distinguere i due giorni in modo sempre più netto, soprattutto per reagire alle insistenze di quei cristiani che, provenendo dal giudaismo, erano inclini a conservare l'obbligo dell'antica Legge. Sant'Ignazio di Antiochia scrive: " Se coloro che vivevano nell'antico ordine di cose sono venuti a una nuova speranza, non osservando più il sabato ma vivendo secondo il giorno del Signore, giorno in cui la nostra vita è sorta attraverso lui e la sua morte [...], mistero dal quale abbiamo ricevuto la fede e nel quale perseveriamo per essere trovati discepoli di Cristo, nostro solo Maestro, come potremmo vivere senza di lui, che anche i profeti attendevano come maestro, essendo suoi discepoli nello Spirito? ".(21) E sant'Agostino a sua volta osserva: " Perciò anche il Signore ha impresso il suo sigillo al suo giorno, che è il terzo dopo la passione. Esso però, nel ciclo settimanale, è l'ottavo dopo il settimo cioè dopo il sabato, e il primo della settimana ".(22) La distinzione della domenica dal sabato ebraico si consolida sempre più nella coscienza ecclesiale, ma in certi periodi della storia, per l'enfasi data all'obbligo del riposo festivo, si registrerà una certa tendenza alla " sabbatizzazione " del giorno del Signore. Non sono mancati inoltre settori della cristianità in cui il sabato e la domenica sono stati osservati come " due giorni fratelli ".(23)

Il giorno della nuova creazione

24. Il confronto della domenica cristiana con la prospettiva sabbatica, propria dell'Antico Testamento, suscitò anche approfondimenti teologici di grande interesse. In particolare, fu posta in luce la singolare connessione esistente tra la risurrezione e la creazione. Fu infatti spontaneo per la riflessione cristiana collegare la risurrezione avvenuta " il primo giorno della settimana " con il primo giorno di quella settimana cosmica (cfr Gn 1, 1-2.4) secondo cui il libro della Genesi scandisce l'evento della creazione: il giorno della creazione della luce (cfr 1, 3-5). Tale nesso invitava a comprendere la risurrezione come l'inizio di una nuova creazione, della quale il Cristo glorioso costituisce la primizia, essendo egli, " generato prima di ogni creatura " (Col 1, 15), anche " il primogenito di coloro che risuscitano dai morti " (Col 1, 18).

25. La domenica è, in effetti, il giorno in cui, più che in ogni altro, il cristiano è chiamato a ricordare la salvezza che gli è stata offerta nel battesimo e che lo ha reso uomo nuovo in Cristo. " Con lui infatti siete stati sepolti insieme nel battesimo, in lui siete anche stati insieme risuscitati per la fede nella potenza di Dio, che lo ha risuscitato dai morti " (Col 2, 12; cfr Rm 6, 4-6). La liturgia sottolinea questa dimensione battesimale della domenica, sia esortando a celebrare i battesimi, oltre che nella Veglia pasquale, anche in questo giorno settimanale " in cui la Chiesa commemora la risurrezione del Signore ",(24) sia suggerendo, quale opportuno rito penitenziale all'inizio della Messa, l'aspersione con l'acqua benedetta, che richiama appunto l'evento battesimale in cui nasce ogni esistenza cristiana.(25)

L'ottavo giorno, figura dell'eternità

26. D'altra parte, il fatto che il sabato risulti settimo giorno della settimana fece considerare il giorno del Signore alla luce di un simbolismo complementare, molto caro ai Padri: la domenica, oltre che primo giorno, è anche " giorno ottavo ", posto cioè, rispetto alla successione settenaria dei giorni, in una posizione unica e trascendente, evocatrice non solo dell'inizio del tempo, ma anche della sua fine nel " secolo futuro ". San Basilio spiega che la domenica significa il giorno veramente unico che seguirà il tempo attuale, il giorno senza termine che non conoscerà né sera né mattino, il secolo imperituro che non potrà invecchiare; la domnenica è il preannuncio incessante della vita senza fine, che rianima la speranza dei cristiani e li incoraggia nel loro cammino.(26) Nella prospettiva del giorno ultimo, che invera pienamente il simbolismo anticipatore del sabato, sant'Agostino conclude le Confessioni parlando dell'eschaton come " pace del riposo, pace del sabato, pace senza sera ".(27) La celebrazione della domenica, giorno " primo " e insieme " ottavo ", proietta il cristiano verso il traguardo della vita eterna.(28)

Il giorno di Cristo-luce

27. In questa prospettiva cristocentrica, si comprende un'altra valenza simbolica che la riflessione credente e la pratica pastorale attribuirono al giorno del Signore. Un'accorta intuizione pastorale, infatti, suggerì alla Chiesa di cristianizzare, per la domenica, la connotazione di " giorno del sole ", espressione con cui i romani denominavano questo giorno e che ancora emerge in alcune lingue contemporanee,(29) sottraendo i fedeli alle seduzioni di culti che divinizzavano il sole e indirizzando la celebrazione di questo giorno a Cristo, vero " sole " dell'umanità. San Giustino, scrivendo ai pagani, utilizza la terminologia corrente per annotare che i cristiani facevano la loro adunanza " nel giorno detto del sole ",(30) ma il riferimento a questa espressione assume ormai per i credenti un senso nuovo, perfettamente evangelico.(31) Cristo è infatti la luce del mondo (cfr Gv 9, 5; cfr anche 1, 4-5.9), e il giorno commemorativo della sua risurrezione è il riflesso perenne, nella scansione settimanale del tempo, di questa epifania della sua gloria. Il tema della domenica come giorno illuminato dal trionfo di Cristo risorto trova spazio nella Liturgia delle Ore (32) ed ha una particolare enfasi nella veglia notturna che, nelle liturgie orientali, prepara e introduce la domenica. Radunandosi in questo giorno, la Chiesa fa suo, di generazione in generazione, lo stupore di Zaccaria, quando volge lo sguardo verso Cristo annunciandolo come " sole che sorge per rischiarare quelli che stanno nelle tenebre e nell'ombra della morte " (Lc 1, 78-79), e vibra in sintonia con la gioia provata da Simeone nel prendere tra le braccia il Bimbo divino venuto come " luce per illuminare le genti " (Lc 2, 32).

Il giorno del dono dello Spirito

28. Giorno di luce, la domenica potrebbe dirsi anche, in riferimento allo Spirito Santo, giorno del " fuoco ". La luce di Cristo, infatti, è intimamente connessa col " fuoco " dello Spirito, e ambedue le immagini indicano il senso della domenica cristiana.(33) Apparendo agli Apostoli la sera di Pasqua, Gesù alitò su di loro e disse: " Ricevete lo Spirito Santo. A chi rimetterete i peccati saranno rimessi e a chi non li rimetterete, resteranno non rimessi " (Gv 20, 22-23). L'effusione dello Spirito fu il grande dono del Risorto ai suoi discepoli la domenica di Pasqua. Era ancora domenica, quando, cinquanta giorni dopo la risurrezione, lo Spirito scese con potenza, come " vento gagliardo " e " fuoco " (At 2, 23) sugli Apostoli riuniti con Maria. La Pentecoste non è solo evento originario, ma mistero che anima permanentemente la Chiesa.(34) Se tale evento ha il suo tempo liturgico forte nella celebrazione annuale con cui si chiude la " grande domenica ",(35) esso rimane inscritto, proprio per la sua intima connessione col mistero pasquale, anche nel senso profondo di ogni domenica. La " Pasqua della settimana " si fa così, in qualche modo, " Pentecoste della settimana ", nella quale i cristiani rivivono l'esperienza gioiosa dell'incontro degli Apostoli col Risorto, lasciandosi vivificare dal soffio del suo Spirito.

Il giorno della fede

29. Per tutte queste dimensioni che la contraddistinguono, la domenica appare il giorno della fede per eccellenza. In esso lo Spirito Santo, " memoria " viva della Chiesa (cfr Gv 14, 26), fa della prima manifestazione del Risorto un evento che si rinnova nell'" oggi " di ciascuno dei discepoli di Cristo. Posti davanti a lui, nell'assemblea domenicale, i credenti si sentono interpellati come l'apostolo Tommaso: " Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo, ma credente! " (Gv 20, 27). Sì, la domenica è il giorno della fede. Lo sottolinea il fatto che la liturgia eucaristica domenicale, come peraltro quella delle solennità liturgiche, prevede la professione di fede. Il " Credo ", recitato o cantato, evidenzia il carattere battesimale e pasquale della domenica, facendone il giorno in cui, a titolo speciale, il battezzato rinnova la propria adesione a Cristo ed al suo Vangelo nella ravvivata consapevolezza delle promesse battesimali. Accogliendo la Parola e ricevendo il Corpo del Signore, egli contempla Gesù risorto presente nei " santi segni " e confessa con l'apostolo Tommaso: " Mio Signore e mio Dio! " (Gv 20, 28).

Un giorno irrinunciabile!

30. Si comprende allora perché, anche nel contesto delle difficoltà del nostro tempo, l'identità di questo giorno debba essere salvaguardata e soprattutto profondamente vissuta. Un autore orientale dell'inizio del III secolo riferisce che in ogni regione i fedeli già allora santificavano regolarmente la domenica.(36) La prassi spontanea è divenuta poi norma giuridicamente sancita: il giorno del Signore ha scandito la storia bimillenaria della Chiesa. Come potrebbe pensarsi che esso non continui a segnare il suo futuro? I problemi che, nel nostro tempo, possono rendere più difficile la pratica del dovere domenicale non mancano di trovare la Chiesa sensibile e maternamente attenta alle condizioni dei singoli suoi figli. In particolare, essa si sente chiamata ad un nuovo impegno catechetico e pastorale, perché nessuno di essi, nelle normali condizioni di vita, resti privo dell'abbondante flusso di grazia che la celebrazione del giorno del Signore porta con sé. Nello stesso spirito, prendendo posizione su ipotesi di riforma del calendario ecclesiale in rapporto a variazioni dei sistemi di calendario civile, il Concilio Ecumenico Vaticano II ha dichiarato che la Chiesa " non si oppone a quelli soltanto che conservano e tutelano la settimana di sette giorni con la domenica ".(37) Alle soglie del terzo millennio, la celebrazione della domenica cristiana, per i significati che evoca e le dimensioni che implica, in rapporto ai fondamenti stessi della fede, rimane un elemento qualificante dell'identità cristiana.

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